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<journal-title specific-use="original" xml:lang="es">Con-Textos Kantianos</journal-title>
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<article-title>Dalle monadi ai sogni: l’itinerario precritico di Kant</article-title>
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<contrib-id contrib-id-type="orcid">https://orcid.org/0009-0001-4940-081X</contrib-id>
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<institution content-type="original">Università Roma Tre</institution>
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<corresp id="cor1">Autor@s de correspondencia: Samuele Fasol: <email>samuele.fasol@uniroma3.it</email></corresp>
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<copyright-statement>Copyright © 2025, Universidad Complutense de Madrid</copyright-statement>
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<meta-name>Recensione di</meta-name>
<meta-value>: Marco Costantini, Kant, i filosofi, i visionari, Torino, Rosenberg&amp;Sellier, 2024, pp. 137, ISBN: 9791259932563.</meta-value>
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<meta-name>Come citare</meta-name>
<meta-value>:  Fasol, S. (2025). Dalle monadi ai sogni: l’itinerario precritico di Kant. Recensione a: Marco Costantini: Kant, i filosofi, i visionari, Torino, Rosenberg&amp;Sellier, 2024, pp. 137, Con-Textos Kantianos 21, pp. 181-183.</meta-value>
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<p><italic>Kant, i filosofi, i visionari</italic> di Marco Costantini si
distingue da altri lavori sugli scritti precritici di Kant in quanto
delinea un percorso. Le tre tappe dell’itinerario cronologico e
concettuale tracciato nel libro accostano tre opere a tre branche della
filosofia verso cui Kant intende orientare il suo approccio
intellettuale di volta in volta: alla <italic>Monadologia
physica</italic> (<italic>Monadologia</italic>, 1756) corrisponde la
metafisica, all’<italic>Untersuchung über die Deutlichkeit der
Grundsätze der natürlichen Theologie und der Moral</italic>
(<italic>Deutlichkeit</italic>, 1761) corrisponde la metodologia, ed ai
<italic>Träume eines Geistersehers</italic> (<italic>Träume</italic>,
1766) corrisponde l’epistemologia, 1764. I tre capitoli che compongono
il libro di Costantini designano queste opere come momenti di passaggio,
con l’intento di evidenziare tre fasi di un pensiero capace di
trasformarsi preservando elementi di continuità. L’analisi del decennio
1756-1766 all’interno del proteiforme pensiero kantiano permette di
coglierne l’evoluzione dinamica ma coerente, evitando di ridurre le
opere precedenti alle tre Critiche ad un mero esercizio preparatorio o
ad un’accozzaglia di idee prive di direzione. Ciò che forse maggiormente
esalta il testo di Costantini è la sua duplice capacità di sottolineare
quei nuclei tematici propri della futura filosofia trascendentale che il
giovane Kant abbozza prima del 1770, pur mantenendo la rilevanza
individuale di scritti che, indipendentemente dal periodo critico,
segnano un punto di svolta nella storia del pensiero.</p>
<p>I temi che emergono nel volume sono molteplici. Il primo capitolo si
pone l’arduo obiettivo di inquadrare la riflessione kantiana sulle
monadi all’interno del dibattito settecentesco tra newtoniani e
leibniziani. Tale discussione risulta complessa per una duplice ragione:
in primo luogo, diversi interlocutori, come Wolff ed Euler, si erano
discostati dalla lettera dell’originale monadologia leibniziana,
contaminando il dialogo con interpretazioni personali e talvolta
fuorvianti; in secondo luogo, l’approccio kantiano non si presta a
semplici stilizzazioni, nella misura in cui concilia e critica
simultaneamente entrambi gli schieramenti. Costantini riesce ad
equilibrare i diversi aspetti della disputa, distinguendo il profilo di
Leibniz dalle riletture successive ed individuando gli argomenti con cui
Kant ribalta la questione stessa. Il confronto tra l’universo
leibniziano, popolato da sostanze metafisiche semplici, e la prospettiva
meccanicista newtoniana, in cui ogni corpo materiale interagisce con
altri per mezzo di forze descritte da leggi matematiche, orientava gli
sforzi intellettuali della maggior parte degli accademici di metà
Settecento. Tra i luoghi principali di tale contesa, l’Accademia Reale
Prussiana delle scienze di Berlino viene evidenziata dall’autore per il
suo ruolo centrale nel fornire il contesto in cui si sviluppa la
monadologia kantiana. Infatti, alla <italic>Preisfrage</italic>
organizzata sotto tale istituzione appartengono i tentativi di confronto
di Euler e dei wolffiani, i quali tuttavia assimilano la monade ad un
elemento fisico e non formale, provocando una catena di argomentazioni
ed obiezioni poco fedeli al pensiero leibniziano originale.</p>
<p>Nella <italic>Monadologia Physica</italic>, Kant ribalta i termini
del dibattito: le monadi non individuano punti materiali che faticano a
riempire lo spazio, bensì sfere di attività manifestate da
un’opposizione di forze. Spostando il problema dall’esistenza delle
monadi alla loro relazionalità, Kant mostra la questione sotto una nuova
luce. Se la mera compresenza di sostanze semplici solleva dubbi sulle
modalità in cui esse possano occupare spazio, l’analisi kantiana risolve
il problema alla radice inquadrando lo spazio stesso come l’effetto
dell’opposizione tra forze repulsive, il cui centro dinamico è proprio
la monade. La forza è, in fondo, proprio il concetto che accomuna
leibniziani e newtoniani ed il cui ruolo portante, allo stesso tempo,
era ignorato da entrambi gli schieramenti. La monade kantiana diventa
invece centro di forze attrattive e repulsive: tali forze mettono in
relazione le sostanze semplici, che solamente attraverso siffatte
relazioni possono formare composti o dividersi, dando luogo a parti
estese dette <italic>spatiola</italic>. Pur mantenendo la propria natura
di sostanze semplici, esse realizzano tale natura solamente all’interno
di una rete relazionale: le monadi kantiane hanno finestre. La
prospettiva kantiana sulle monadi conduce ad una parallela concezione
dello spazio, che emerge dalla dinamica tra le sfere di attività delle
sostanze semplici. Dunque, la localizzazione della monade in un luogo e
la sua attività manifestata all’interno di esperienze rappresentano due
elementi completamente separati che non vanno confusi. L’autore si
trattiene, giustamente, dal comparare tali riflessioni con idee più
tarde di Kant, poiché un’impaziente ricerca delle origini del criticismo
rischierebbe di tradire le intenzioni dietro gli scritti precritici e di
non comprenderne la rilevanza storica. D’altra parte, nella
<italic>Monadologia</italic> Kant abbozza una distinzione tra
localizzazione ed attività, esistenza ed esperienza, che alludono al
tessuto concettuale a cui rimarrà fedele per tutta la vita. Sebbene la
riflessione contenuta nella <italic>Monadologia</italic> rientri in un
approccio metafisico che il Kant critico esaminerà con esito negativo,
sorprende dunque la presenza di sofisticati strumenti concettuali già
elaborati oltre due decenni prima della <italic>Critica della ragion
pura</italic>.</p>
<p>Nel secondo capitolo, Costantini prosegue il proprio itinerario
interpretativo analizzando la <italic>Deutlichkeit</italic>, opera in
cui emergono il metodo analitico e la semiotica kantiana. L’analisi pone
l’accento sulla transizione della riflessione kantiana, che si evolve
trasformando l’indagine ontologica sulle monadi in discorso sul metodo.
L’autore rintraccia tale momento di passaggio nella critica che Kant
muove all’arroganza del metodo wolffiano, all’interno del quale ogni
questione metafisica può venire risolta e dimostrata. Le dimostrazioni
metafisiche che Kant contesta argomentano in modo deduttivo a partire da
definizioni, quasi a voler riprodurre in metafisica l’attitudine
matematica. Tuttavia, i segni di cui si serve la matematica sono
<italic>figurativi</italic>, rappresentano direttamente ciò che
designano: quando si disegna una circonferenza, si rappresenta
direttamente il concetto universale di circonferenza. Ciò non vale per i
segni di cui si serve la metafisica, cioè le parole, le quali non
significano direttamente ciò che designano, ma alludono ad esso. I
concetti filosofici richiedono, dunque, un minuzioso lavoro di analisi
ed interpretazione, ed è proprio questo principio metodologico
preliminare che manca nella metafisica che Kant rifiuta. A partire dalla
semiotica, Costantini intercetta così il nucleo ermeneutico del testo
kantiano, soffermandosi sulla nozione di <italic>Redegebrauch</italic>
(“uso del discorso”). Kant, infatti, riconduce l’analisi dei concetti
propria dell’attività filosofica all’indagine dei contesti discorsivi in
cui tali concetti vengono utilizzati. Costantini affronta l’analisi
kantiana del linguaggio intrecciando efficacemente diverse nozioni, tra
cui la differenza tra definizioni nominali e reali, gli influssi del
metodo newtoniano ed il ruolo dei simboli. Il capitolo rappresenta
dunque un momento transitorio tra l’indagine ontologica della
<italic>Monadologia</italic> e quella epistemologica dei
<italic>Träume</italic>. Dalla riflessione su tale transizione, emerge
un Kant progressivamente irritato nei confronti del filosofo che si
ritrae dal mondo e dall’esperienza ordinaria per abitare una
“Gedankenwelt”, un mondo fittizio o immaginario, utilizzando per di più
concetti vaghi e termini appositamente sofisticati. Dalla conclusione
del capitolo, che apre all’analisi dei <italic>Träume</italic>, si
comprende così che il titolo del volume, <italic>Kant, i filosofi, i
visionari</italic>, non intende accomunare, quanto semmai tracciare una
linea di demarcazione tra Kant e quei filosofi che, come i visionari,
abdicano al proprio compito di analizzare e spiegare l’esperienza umana
per trascendere i limiti della conoscenza possibile.</p>
<p>Il percorso del libro giunge al traguardo con l’esame dei
<italic>Träume</italic> nel terzo capitolo. A differenza delle opere
precedenti, il <italic>pamphlet</italic> del 1766 è stato oggetto di
svariate letture da parte degli interpreti. Costantini apre il capitolo
proprio elaborando la sua prospettiva: i <italic>Träume</italic> non
sarebbero né un contorto segno di ammirazione da parte di Kant verso le
pratiche di chiaroveggenza di Swedenborg, né un’improvvisa ed
incondizionata adesione all’empirismo, in rottura con tutte le
precedenti opere precritiche. Contro la corrente interpretativa che
sostiene la prima tesi, l’autore sottolinea i passaggi dell’opera e le
lettere in cui Kant confuta e persino deride le apparizioni di spiriti
reclamate da Swedenborg al centro dell’analisi dei
<italic>Träume</italic>. D’altra parte, contro i sostenitori della
seconda interpretazione, Costantini argomenta che il pensiero empirista
non è privo di considerazioni sugli spiriti. Per di più, la satira dei
<italic>Träume</italic> contro l’uso sconsiderato di nozioni vaghe e
l’abbandono del mondo terreno per legittimare alcune conoscenze è
perfettamente coerente con l’approccio che Kant aveva già iniziato a
costruire nella <italic>Deutlichkeit</italic>; di conseguenza, il testo
del 1766 non rappresenta nemmeno una rottura netta nell’evoluzione del
pensiero kantiano. Le critiche di Costantini appaiono ancor più
convincenti poiché arricchite da una lettura originale dell’opera
kantiana. Secondo l’autore, infatti, per comprendere i
<italic>Träume</italic> è necessario distinguere tre voci che in esso
recitano, come attori di una rappresentazione teatrale che Kant inscena
al fine di affrontare i diversi aspetti della visione di spiriti e della
legittimità di conoscenze metafisiche: Kant, il visionario ed il
fisiologo (o il filosofo che riduce alla fisiologia la follia). Se il
visionario pretende di accedere ad una conoscenza sovrasensibile, il
fisiologo pretende di spiegare tali fantasticherie come disturbi
patologici dettati da scosse sui nervi e da turbamenti della materia
cerebrale. Kant, esemplificando l’approccio che caratterizza tutta la
sua filosofia successiva, svela la problematicità comune ad entrambe le
prospettive, le quali suppongono di trovare una connessione reale tra
cause ed effetti, ignorando il limite che la ragione pone a sé stessa.
Come il visionario è vittima dei propri vaneggiamenti fanatici, il
fisiologo tenta invano di spiegare razionalmente la follia. I sogni del
primo sono equivalenti ai sogni del secondo, il quale condivide
l’illegittimità del proprio raziocinio con il filosofo metafisico. Kant
non vuole assimilare la metafisica alle visioni vaneggianti di
Swedenborg, quanto mettere in guardia quei filosofi che pretendono di
avanzare spiegazioni razionali del reale senza esaminare adeguatamente i
concetti utilizzati (in continuità con la <italic>Deutlichkeit</italic>)
ed il dominio entro cui la ragione può giocare un ruolo. Attraverso tale
riflessione, Kant apre alla rivoluzionaria idea del tribunale della
ragione, che deve investigare sé stessa e la propria legittimità.</p>
<p>Vorrei concludere questa recensione indicando due nozioni della
filosofia kantiana che, a mio parere, il volume di Costantini aiuta a
chiarire, implementando quell’analisi concettuale che lo stesso Kant
apprezzava. Innanzitutto, l’itinerario interpretativo tra i tre scritti
precritici illumina il significato della nozione di
<italic>fenomeno</italic>. Una parte cospicua di interpreti kantiani
considera il criticismo come un fenomenismo, che limita la conoscenza a
ciò che ci appare ignorando ciò che si trova dietro le apparenze. Il
fenomeno, secondo tale interpretazione, non è altro che
<italic>conoscenza incompleta</italic>, oltre la quale si cela il vero
essere delle cose. L’analisi di Costantini aiuta a demolire tale
prospettiva. L’autore sottolinea che già dalla
<italic>Monadologia</italic> Kant intende il fenomeno in senso
<italic>scientifico</italic>, come effetto di forze interagenti. Con
l’analisi della nozione di definizione reale del secondo capitolo,
Costantini avvalora ulteriormente questo modello interpretativo:
l’obiettivo della filosofia kantiana, che si mantiene invariato anche
nel Kant critico, consiste nell’analisi della cognizione della realtà, e
non dell’esperienza dietro cui la realtà si nasconde. I
<italic>Träume</italic> a loro volta insistono su quest’idea: per quanto
Kant non adotti incondizionatamente una prospettiva empiristica, è pur
vero che la tendenza dell’empirismo a basare la conoscenza
sull’esperienza sensibile influenza il Kant scettico verso i metafisici
ed i visionari. A tali speculazioni si oppone dunque una filosofia del
fenomeno, inteso come spazio soggetto a leggi empiriche ed analisi
razionale. La seconda nozione che emerge dal testo in esame è quella di
<italic>relazione</italic>. Il progressivo allontanamento di Kant
dall’ontologia per abbracciare un’indagine metodologica ed
epistemologica coincide, infatti, con un graduale distacco da una
visione essenzialista del reale per abbracciare un’analisi delle
relazioni che strutturano l’esperienza. L’autore, soffermandosi
sull’attività delle monadi <italic>interna</italic> all’esperienza,
sulla parola ed il simbolo, e sulla relazione tra le visioni ed i
processi cerebrali, mette in luce gli elementi relazionali che Kant
rintraccia nelle tre fasi del suo percorso precritico, delineando così
la trama di fondo che conduce alla filosofia trascendentale. Come
suggerito sopra, il volume di Costantini ha dunque il pregio di evitare
gli estremi di un’analisi troppo sbilanciata verso il criticismo e, al
contrario, di una prospettiva incapace di trovare i nessi tra le diverse
opere e fasi del pensiero kantiano. Il testo arricchisce quella parte di
letteratura kantiana che intende evidenziare la continuità del pensiero
del filosofo di Königsberg, i cui scritti precritici e critici
compongono un corpus coerente senza il quale ogni filosofia successiva
sarebbe stata profondamente diversa.</p>
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