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Con-Textos Kantianos

e-ISSN: 2386-7655

RESEÑAS

Dalle monadi ai sogni: l’itinerario precritico di Kant

Samuele Fasol
Università Roma Tre (Italia) Email ORCID iD
Publicado: 14/07/2025

Recensione di: Marco Costantini, Kant, i filosofi, i visionari. Torino, Rosenberg & Sellier, 2024, 137 pp. ISBN: 9791259932563.

Come citare: Fasol, S. (2025). Dalle monadi ai sogni: l’itinerario precritico di Kant. Recensione a: Marco Costantini, Kant, i filosofi, i visionari. Torino, Rosenberg & Sellier, 2024, 137 pp. Con-Textos Kantianos, 21, pp. 181–183. https://dx.doi.org/https://doi.org/10.5209/kant.99017.

Kant, i filosofi, i visionari di Marco Costantini si distingue da altri lavori sugli scritti precritici di Kant in quanto delinea un percorso. Le tre tappe dell’itinerario cronologico e concettuale tracciato nel libro accostano tre opere a tre branche della filosofia verso cui Kant intende orientare il suo approccio intellettuale di volta in volta: alla Monadologia physica (Monadologia, 1756) corrisponde la metafisica, all’Untersuchung über die Deutlichkeit der Grundsätze der natürlichen Theologie und der Moral (Deutlichkeit, 1761) corrisponde la metodologia, ed ai Träume eines Geistersehers (Träume, 1766) corrisponde l’epistemologia, 1764. I tre capitoli che compongono il libro di Costantini designano queste opere come momenti di passaggio, con l’intento di evidenziare tre fasi di un pensiero capace di trasformarsi preservando elementi di continuità. L’analisi del decennio 1756-1766 all’interno del proteiforme pensiero kantiano permette di coglierne l’evoluzione dinamica ma coerente, evitando di ridurre le opere precedenti alle tre Critiche ad un mero esercizio preparatorio o ad un’accozzaglia di idee prive di direzione. Ciò che forse maggiormente esalta il testo di Costantini è la sua duplice capacità di sottolineare quei nuclei tematici propri della futura filosofia trascendentale che il giovane Kant abbozza prima del 1770, pur mantenendo la rilevanza individuale di scritti che, indipendentemente dal periodo critico, segnano un punto di svolta nella storia del pensiero.

I temi che emergono nel volume sono molteplici. Il primo capitolo si pone l’arduo obiettivo di inquadrare la riflessione kantiana sulle monadi all’interno del dibattito settecentesco tra newtoniani e leibniziani. Tale discussione risulta complessa per una duplice ragione: in primo luogo, diversi interlocutori, come Wolff ed Euler, si erano discostati dalla lettera dell’originale monadologia leibniziana, contaminando il dialogo con interpretazioni personali e talvolta fuorvianti; in secondo luogo, l’approccio kantiano non si presta a semplici stilizzazioni, nella misura in cui concilia e critica simultaneamente entrambi gli schieramenti. Costantini riesce ad equilibrare i diversi aspetti della disputa, distinguendo il profilo di Leibniz dalle riletture successive ed individuando gli argomenti con cui Kant ribalta la questione stessa. Il confronto tra l’universo leibniziano, popolato da sostanze metafisiche semplici, e la prospettiva meccanicista newtoniana, in cui ogni corpo materiale interagisce con altri per mezzo di forze descritte da leggi matematiche, orientava gli sforzi intellettuali della maggior parte degli accademici di metà Settecento. Tra i luoghi principali di tale contesa, l’Accademia Reale Prussiana delle scienze di Berlino viene evidenziata dall’autore per il suo ruolo centrale nel fornire il contesto in cui si sviluppa la monadologia kantiana. Infatti, alla Preisfrage organizzata sotto tale istituzione appartengono i tentativi di confronto di Euler e dei wolffiani, i quali tuttavia assimilano la monade ad un elemento fisico e non formale, provocando una catena di argomentazioni ed obiezioni poco fedeli al pensiero leibniziano originale.

Nella Monadologia Physica, Kant ribalta i termini del dibattito: le monadi non individuano punti materiali che faticano a riempire lo spazio, bensì sfere di attività manifestate da un’opposizione di forze. Spostando il problema dall’esistenza delle monadi alla loro relazionalità, Kant mostra la questione sotto una nuova luce. Se la mera compresenza di sostanze semplici solleva dubbi sulle modalità in cui esse possano occupare spazio, l’analisi kantiana risolve il problema alla radice inquadrando lo spazio stesso come l’effetto dell’opposizione tra forze repulsive, il cui centro dinamico è proprio la monade. La forza è, in fondo, proprio il concetto che accomuna leibniziani e newtoniani ed il cui ruolo portante, allo stesso tempo, era ignorato da entrambi gli schieramenti. La monade kantiana diventa invece centro di forze attrattive e repulsive: tali forze mettono in relazione le sostanze semplici, che solamente attraverso siffatte relazioni possono formare composti o dividersi, dando luogo a parti estese dette spatiola. Pur mantenendo la propria natura di sostanze semplici, esse realizzano tale natura solamente all’interno di una rete relazionale: le monadi kantiane hanno finestre. La prospettiva kantiana sulle monadi conduce ad una parallela concezione dello spazio, che emerge dalla dinamica tra le sfere di attività delle sostanze semplici. Dunque, la localizzazione della monade in un luogo e la sua attività manifestata all’interno di esperienze rappresentano due elementi completamente separati che non vanno confusi. L’autore si trattiene, giustamente, dal comparare tali riflessioni con idee più tarde di Kant, poiché un’impaziente ricerca delle origini del criticismo rischierebbe di tradire le intenzioni dietro gli scritti precritici e di non comprenderne la rilevanza storica. D’altra parte, nella Monadologia Kant abbozza una distinzione tra localizzazione ed attività, esistenza ed esperienza, che alludono al tessuto concettuale a cui rimarrà fedele per tutta la vita. Sebbene la riflessione contenuta nella Monadologia rientri in un approccio metafisico che il Kant critico esaminerà con esito negativo, sorprende dunque la presenza di sofisticati strumenti concettuali già elaborati oltre due decenni prima della Critica della ragion pura.

Nel secondo capitolo, Costantini prosegue il proprio itinerario interpretativo analizzando la Deutlichkeit, opera in cui emergono il metodo analitico e la semiotica kantiana. L’analisi pone l’accento sulla transizione della riflessione kantiana, che si evolve trasformando l’indagine ontologica sulle monadi in discorso sul metodo. L’autore rintraccia tale momento di passaggio nella critica che Kant muove all’arroganza del metodo wolffiano, all’interno del quale ogni questione metafisica può venire risolta e dimostrata. Le dimostrazioni metafisiche che Kant contesta argomentano in modo deduttivo a partire da definizioni, quasi a voler riprodurre in metafisica l’attitudine matematica. Tuttavia, i segni di cui si serve la matematica sono figurativi, rappresentano direttamente ciò che designano: quando si disegna una circonferenza, si rappresenta direttamente il concetto universale di circonferenza. Ciò non vale per i segni di cui si serve la metafisica, cioè le parole, le quali non significano direttamente ciò che designano, ma alludono ad esso. I concetti filosofici richiedono, dunque, un minuzioso lavoro di analisi ed interpretazione, ed è proprio questo principio metodologico preliminare che manca nella metafisica che Kant rifiuta. A partire dalla semiotica, Costantini intercetta così il nucleo ermeneutico del testo kantiano, soffermandosi sulla nozione di Redegebrauch (“uso del discorso”). Kant, infatti, riconduce l’analisi dei concetti propria dell’attività filosofica all’indagine dei contesti discorsivi in cui tali concetti vengono utilizzati. Costantini affronta l’analisi kantiana del linguaggio intrecciando efficacemente diverse nozioni, tra cui la differenza tra definizioni nominali e reali, gli influssi del metodo newtoniano ed il ruolo dei simboli. Il capitolo rappresenta dunque un momento transitorio tra l’indagine ontologica della Monadologia e quella epistemologica dei Träume. Dalla riflessione su tale transizione, emerge un Kant progressivamente irritato nei confronti del filosofo che si ritrae dal mondo e dall’esperienza ordinaria per abitare una “Gedankenwelt”, un mondo fittizio o immaginario, utilizzando per di più concetti vaghi e termini appositamente sofisticati. Dalla conclusione del capitolo, che apre all’analisi dei Träume, si comprende così che il titolo del volume, Kant, i filosofi, i visionari, non intende accomunare, quanto semmai tracciare una linea di demarcazione tra Kant e quei filosofi che, come i visionari, abdicano al proprio compito di analizzare e spiegare l’esperienza umana per trascendere i limiti della conoscenza possibile.

Il percorso del libro giunge al traguardo con l’esame dei Träume nel terzo capitolo. A differenza delle opere precedenti, il pamphlet del 1766 è stato oggetto di svariate letture da parte degli interpreti. Costantini apre il capitolo proprio elaborando la sua prospettiva: i Träume non sarebbero né un contorto segno di ammirazione da parte di Kant verso le pratiche di chiaroveggenza di Swedenborg, né un’improvvisa ed incondizionata adesione all’empirismo, in rottura con tutte le precedenti opere precritiche. Contro la corrente interpretativa che sostiene la prima tesi, l’autore sottolinea i passaggi dell’opera e le lettere in cui Kant confuta e persino deride le apparizioni di spiriti reclamate da Swedenborg al centro dell’analisi dei Träume. D’altra parte, contro i sostenitori della seconda interpretazione, Costantini argomenta che il pensiero empirista non è privo di considerazioni sugli spiriti. Per di più, la satira dei Träume contro l’uso sconsiderato di nozioni vaghe e l’abbandono del mondo terreno per legittimare alcune conoscenze è perfettamente coerente con l’approccio che Kant aveva già iniziato a costruire nella Deutlichkeit; di conseguenza, il testo del 1766 non rappresenta nemmeno una rottura netta nell’evoluzione del pensiero kantiano. Le critiche di Costantini appaiono ancor più convincenti poiché arricchite da una lettura originale dell’opera kantiana. Secondo l’autore, infatti, per comprendere i Träume è necessario distinguere tre voci che in esso recitano, come attori di una rappresentazione teatrale che Kant inscena al fine di affrontare i diversi aspetti della visione di spiriti e della legittimità di conoscenze metafisiche: Kant, il visionario ed il fisiologo (o il filosofo che riduce alla fisiologia la follia). Se il visionario pretende di accedere ad una conoscenza sovrasensibile, il fisiologo pretende di spiegare tali fantasticherie come disturbi patologici dettati da scosse sui nervi e da turbamenti della materia cerebrale. Kant, esemplificando l’approccio che caratterizza tutta la sua filosofia successiva, svela la problematicità comune ad entrambe le prospettive, le quali suppongono di trovare una connessione reale tra cause ed effetti, ignorando il limite che la ragione pone a sé stessa. Come il visionario è vittima dei propri vaneggiamenti fanatici, il fisiologo tenta invano di spiegare razionalmente la follia. I sogni del primo sono equivalenti ai sogni del secondo, il quale condivide l’illegittimità del proprio raziocinio con il filosofo metafisico. Kant non vuole assimilare la metafisica alle visioni vaneggianti di Swedenborg, quanto mettere in guardia quei filosofi che pretendono di avanzare spiegazioni razionali del reale senza esaminare adeguatamente i concetti utilizzati (in continuità con la Deutlichkeit) ed il dominio entro cui la ragione può giocare un ruolo. Attraverso tale riflessione, Kant apre alla rivoluzionaria idea del tribunale della ragione, che deve investigare sé stessa e la propria legittimità.

Vorrei concludere questa recensione indicando due nozioni della filosofia kantiana che, a mio parere, il volume di Costantini aiuta a chiarire, implementando quell’analisi concettuale che lo stesso Kant apprezzava. Innanzitutto, l’itinerario interpretativo tra i tre scritti precritici illumina il significato della nozione di fenomeno. Una parte cospicua di interpreti kantiani considera il criticismo come un fenomenismo, che limita la conoscenza a ciò che ci appare ignorando ciò che si trova dietro le apparenze. Il fenomeno, secondo tale interpretazione, non è altro che conoscenza incompleta, oltre la quale si cela il vero essere delle cose. L’analisi di Costantini aiuta a demolire tale prospettiva. L’autore sottolinea che già dalla Monadologia Kant intende il fenomeno in senso scientifico, come effetto di forze interagenti. Con l’analisi della nozione di definizione reale del secondo capitolo, Costantini avvalora ulteriormente questo modello interpretativo: l’obiettivo della filosofia kantiana, che si mantiene invariato anche nel Kant critico, consiste nell’analisi della cognizione della realtà, e non dell’esperienza dietro cui la realtà si nasconde. I Träume a loro volta insistono su quest’idea: per quanto Kant non adotti incondizionatamente una prospettiva empiristica, è pur vero che la tendenza dell’empirismo a basare la conoscenza sull’esperienza sensibile influenza il Kant scettico verso i metafisici ed i visionari. A tali speculazioni si oppone dunque una filosofia del fenomeno, inteso come spazio soggetto a leggi empiriche ed analisi razionale. La seconda nozione che emerge dal testo in esame è quella di relazione. Il progressivo allontanamento di Kant dall’ontologia per abbracciare un’indagine metodologica ed epistemologica coincide, infatti, con un graduale distacco da una visione essenzialista del reale per abbracciare un’analisi delle relazioni che strutturano l’esperienza. L’autore, soffermandosi sull’attività delle monadi interna all’esperienza, sulla parola ed il simbolo, e sulla relazione tra le visioni ed i processi cerebrali, mette in luce gli elementi relazionali che Kant rintraccia nelle tre fasi del suo percorso precritico, delineando così la trama di fondo che conduce alla filosofia trascendentale. Come suggerito sopra, il volume di Costantini ha dunque il pregio di evitare gli estremi di un’analisi troppo sbilanciata verso il criticismo e, al contrario, di una prospettiva incapace di trovare i nessi tra le diverse opere e fasi del pensiero kantiano. Il testo arricchisce quella parte di letteratura kantiana che intende evidenziare la continuità del pensiero del filosofo di Königsberg, i cui scritti precritici e critici compongono un corpus coerente senza il quale ogni filosofia successiva sarebbe stata profondamente diversa.